Dai vecchi telefilm alle moderne serie televisive
Storie, personaggi e quel piacere di arrivare alla fine di un episodio
Sono cresciuto in un’epoca in cui le serie TV si chiamavano ancora telefilm. Bastava accendere il televisore, fare un po’ di zapping con il telecomando e imbattersi in un episodio dell’A-Team o de I Jefferson per trascorrere piacevolmente una quarantina di minuti. Non importava aver seguito la serie dall’inizio, conoscere tutti i personaggi o ricordare che cosa fosse accaduto nelle puntate precedenti. Bastavano pochi minuti per comprendere le dinamiche tra i protagonisti, entrare nella storia e lasciarsi coinvolgere. Quando arrivavano i titoli di coda, generalmente, si aveva la piacevole sensazione di aver assistito a qualcosa di completo.
Naturalmente, quel modello televisivo aveva anche parecchi limiti. Ogni episodio era quasi un piccolo riavvio della serie: cambiavano gli antagonisti, i personaggi secondari, le ambientazioni e le situazioni, ma la struttura narrativa rimaneva sostanzialmente invariata. I protagonisti raramente attraversavano trasformazioni profonde e, qualunque cosa fosse accaduta durante la puntata, nell’episodio successivo tutto tornava più o meno alla normalità. Era una formula rassicurante, che permetteva di seguire una serie senza particolare impegno, ma che alla lunga poteva diventare ripetitiva e prevedibile.
Dai telefilm ai film lunghi dieci ore
Oggi il panorama televisivo è profondamente cambiato. Molte produzioni contemporanee assomigliano a lunghi film di otto, dieci o dodici ore, suddivisi in episodi che talvolta sembrano interrompersi in maniera quasi arbitraria, magari proprio quando la storia comincia a diventare particolarmente interessante. La continuità narrativa, un tempo piuttosto limitata, è diventata uno degli elementi fondamentali delle serie moderne e ha aperto possibilità che il vecchio modello televisivo difficilmente avrebbe potuto offrire.
Le storie possono svilupparsi su archi narrativi molto più ampi, i personaggi possono evolversi, cambiare atteggiamento, affrontare le conseguenze delle proprie decisioni e acquisire una complessità psicologica impensabile per molti dei protagonisti dei telefilm tradizionali. Anche gli universi narrativi sono diventati più articolati e permettono di affrontare argomenti, situazioni e conflitti che difficilmente potrebbero essere sviluppati adeguatamente nell’arco di un singolo episodio.
Tutto questo, però, comporta anche un piccolo prezzo, almeno dal punto di vista dello spettatore. Se un tempo arrivavamo alla fine di una puntata con la soddisfazione di aver assistito a una storia completa, oggi capita spesso di ritrovarci davanti ai titoli di coda con una sensazione di incompiutezza. Una parte del nostro cervello sembra domandarsi: «E quindi?». La risposta, naturalmente, dovrebbe trovarsi nell’episodio successivo, e così continuiamo a guardare, sperando che vengano finalmente chiuse le parentesi rimaste aperte, salvo scoprire che nel frattempo se ne sono aperte altre tre.
È un meccanismo che contribuisce ad alimentare il cosiddetto binge watching, quella che potremmo tranquillamente definire una scorpacciata di puntate viste una dietro l’altra. La disponibilità immediata degli episodi sulle piattaforme di streaming ha reso questa abitudine particolarmente diffusa, trasformando il rapporto tra spettatore e racconto televisivo. Non dobbiamo più necessariamente attendere una settimana per conoscere il seguito della storia, ma questo non significa che ogni interruzione narrativa risulti meno frustrante.
Due modi diversi di raccontare
Non vorrei però che queste osservazioni venissero interpretate come il desiderio di tornare ai vecchi telefilm autoconclusivi. Apprezzo molto alcune produzioni contemporanee, come The Boys o Mercoledì, che devono buona parte della loro forza proprio alla continuità narrativa, all’approfondimento dei personaggi e alla possibilità di costruire vicende complesse nel corso di un’intera stagione. Raccontate attraverso gli schemi televisivi di quarant’anni fa, probabilmente perderebbero gran parte del loro fascino e della loro capacità di coinvolgere lo spettatore.
Eppure, guardando alcune serie moderne, come Alice in Borderland, mi capita di sentire la mancanza di quella semplicità narrativa che caratterizzava i vecchi telefilm. Non perché le produzioni del passato fossero necessariamente migliori, ma perché possedevano una qualità che oggi sembra essere diventata meno comune: la capacità di regalarci una storia che cominciava, si sviluppava e arrivava a una conclusione soddisfacente nell’arco di una sola serata.
In fondo, non credo che esista un modello narrativo intrinsecamente superiore all’altro. Ci sono storie che hanno bisogno di dieci ore per essere raccontate e altre che funzionano magnificamente in cinquanta minuti. Il problema, semmai, nasce quando la lunghezza diventa un obiettivo anziché una necessità narrativa, oppure quando la costruzione degli episodi sembra rispondere più all’esigenza di spingerci verso quello successivo che a quella di offrirci un’esperienza appagante.
La continuità narrativa è una risorsa straordinaria, ma non dovrebbe necessariamente significare rinunciare all’identità del singolo episodio. Una puntata può far parte di una storia molto più ampia e, contemporaneamente, possedere una propria struttura, un proprio sviluppo e una conclusione capace di lasciare nello spettatore qualcosa di più della semplice curiosità di sapere che cosa accadrà dopo.
Le serie TV secondo FantasyLands
In questa sezione di FantasyLands parleremo di serie televisive vecchie e nuove, senza partire dal presupposto che il passato fosse necessariamente migliore o che il presente rappresenti sempre un progresso. Mi interessa osservare come siano cambiate le tecniche narrative, il modo di costruire i personaggi e il rapporto tra le produzioni televisive e il loro pubblico, ma soprattutto cercare di comprendere quali idee, messaggi e riflessioni si nascondano dietro le storie che guardiamo.
Attraverso recensioni, rewatch e analisi critiche proveremo ad andare oltre la semplice valutazione di una serie, soffermandoci sulle scelte degli autori, sulle contraddizioni dei personaggi, sulle interpretazioni possibili e sui collegamenti con la società e la cultura contemporanea. Non sempre saremo d’accordo con le conclusioni che una storia sembra suggerirci e non sempre troveremo risposte definitive, ma è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’analisi cinematografica e televisiva: la possibilità di osservare qualcosa che conosciamo da una prospettiva differente.
Il tutto senza rinunciare, ogni tanto, a un pizzico di nostalgia per quei pomeriggi in cui bastava accendere il televisore, trovare un episodio dell’A-Team e sapere che, una quarantina di minuti dopo, avremmo avuto la soddisfazione di aver assistito a una storia completa, senza dover necessariamente guardare altre cinque puntate per scoprire come andava a finire.

