Idiocracy: la commedia che ha previsto il futuro, o il nostro presente?

Dati essenziali del film

Titolo: Idiocracy
Anno di uscita: 2006
Regia: Mike Judge
Sceneggiatura: Mike Judge ed Etan Cohen
Cast principale: Luke Wilson, Maya Rudolph, Dax Shepard, Terry Crews, Justin Long, Stephen Root
Genere: commedia fantascientifica / satira distopica
Durata: 84 minuti
Produzione/Distribuzione: 20th Century Fox
Budget stimato: circa 2,4 milioni di dollari
Incasso mondiale: circa 495.000 dollari; Box Office Mojo riporta 444.093 dollari sul mercato domestico USA e piccoli incassi internazionali, tra cui 29.315 dollari in Italia.
Accoglienza: uscita limitata, scarso risultato al botteghino, ma rivalutazione successiva come cult movie; Rotten Tomatoes lo presenta oggi come una satira diventata oggetto di forte rivalutazione critica e popolare.


IDIOCRACY

La commedia che forse non parla del futuro, ma del nostro rapporto con la complessità

Ci sono film che invecchiano. E poi ci sono film che, con il passare degli anni, sembrano cambiare davanti ai nostri occhi.

Idiocracy appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Quando uscì nel 2006 venne accolto come una commedia demenziale, volutamente sopra le righe, costruita su una premessa tanto assurda quanto provocatoria: cinquecento anni nel futuro l’umanità è diventata incredibilmente stupida e l’uomo più intelligente del pianeta non è uno scienziato, un premio Nobel o un genio della matematica, ma Joe Bauers, un soldato assolutamente mediocre scelto dall’esercito proprio perché rappresentava la persona più ordinaria immaginabile.

Per anni il film è stato ricordato soprattutto per questo aspetto, Negli ultimi tempi, invece, è successo qualcosa di curioso, Sempre più persone hanno iniziato a definirlo “profetico”, è una definizione affascinante, ma forse anche un po’ fuorviante.

Attribuire a Mike Judge capacità profetiche rischia infatti di farci perdere ciò che rende davvero interessante la sua opera. Idiocracy non funziona perché avrebbe previsto il futuro. Funziona perché osserva alcune tendenze già presenti nel suo tempo e le porta fino alle loro estreme conseguenze.

È il meccanismo tipico della migliore fantascienza, non indovinare il domani, rendere più visibile il presente, ed è proprio da qui che nasce la nostra analisi.

Perché, riguardando oggi il film, la domanda più interessante non è se stiamo vivendo dentro Idiocracy.

La domanda è un’altra, che cosa sta realmente raccontando?

La risposta più immediata sarebbe dire che racconta la stupidità, ma, osservandolo con maggiore attenzione, emerge qualcosa di molto diverso. ma stupidità sembra essere soltanto il sintomo, il vero protagonista del film è la progressiva scomparsa della complessità.

Nel prologo, ad esempio, il film costruisce volutamente una gigantesca semplificazione. Da una parte una coppia colta che rimanda continuamente il momento di avere figli. Dall’altra una famiglia povera e impulsiva che continua a riprodursi senza alcuna pianificazione. Il messaggio è volutamente brutale e funzionale alla satira.

Ma proprio qui nasce il primo paradosso dell’opera.

Per denunciare una società che ragiona per slogan e semplificazioni, il film sceglie a sua volta una premessa estremamente semplificata, lasciando quasi intendere che intelligenza e stupidità si trasmettano automaticamente di generazione in generazione.

È una provocazione narrativa, non una dimostrazione scientifica, ed è importante distinguerle.

Perché uno dei principi che abbiamo cercato di seguire durante tutta questa analisi è proprio questo: separare sempre ciò che il film mostra realmente da ciò che noi interpretiamo.

Lo stesso vale per Joe Bauers.

Molti ricordano soltanto il fatto che diventi improvvisamente l’uomo più intelligente del mondo.

In realtà Joe non diventa mai più intelligente, rimane esattamente la stessa persona dell’inizio, è il mondo intorno a lui che smette progressivamente di esercitare il buon senso, ed è proprio qui che il film cambia completamente significato, joe non salva il mondo perché è un genio, lo salva perché continua a osservare la realtà prima degli slogan.

La celebre scena del Brawndo riassume perfettamente questo concetto, le coltivazioni stanno morendo e Joe propone semplicemente di usare acqua, la risposta che riceve è sempre la stessa: “Ma il Brawndo ha quello che vogliono le piante.”

Quando domanda cosa siano gli elettroliti, dopo qualche secondo di silenzio arriva una risposta che chiude definitivamente ogni possibilità di ragionamento.

“Sono quello che vogliono le piante.”

È un perfetto esempio di circuito chiuso.

Lo slogan diventa la dimostrazione dello slogan, Non serve più comprendere Basta ripetere.

È difficile immaginare una rappresentazione più efficace di ciò che oggi la psicologia cognitiva descrive come bias di conferma: quando una convinzione viene ripetuta abbastanza a lungo, smette perfino di apparire come un’opinione e comincia a sembrare semplicemente realtà.

Ma Joe possiede un’altra qualità ancora più importante, È una brava persona, Avrebbe mille occasioni per approfittare dell’ingenuità generale ma Non lo fa mai.

Perfino il rapporto con Frito nasce da un piccolo inganno dettato dalla disperazione, ma si trasforma rapidamente in una sincera amicizia.

Joe continua a vedere persone dove sarebbe molto più facile vedere soltanto degli idioti.

Ed è forse questa la vera forma di intelligenza celebrata dal film.

Più avanti, però, Idiocracy compie un ulteriore passo.

La satira smette di concentrarsi sui singoli individui e inizia a mostrare il funzionamento delle istituzioni.

L’ospedale, Il tribunale Il governo, Formalmente esistono ancora. Hanno ancora medici, giudici e un presidente. Ma ciascuna di queste istituzioni ha perso la propria funzione originaria.

Sono diventate spettacolo. Procedure. Automatismi. Quando Joe arriva in ospedale nessuno cerca di capire chi sia. Tutti notano soltanto che manca qualcosa. Il codice a barre. Da quel momento Joe non è più una persona. È “non scansionabile”. Una semplice etichetta sostituisce completamente l’individuo. È probabilmente una delle intuizioni più moderne dell’intero film. Perché ogni società ha bisogno di classificare il mondo.

Il problema nasce quando le categorie smettono di aiutarci a comprendere la realtà e iniziano a sostituirla. Quando l’etichetta diventa più importante della persona. Quando l’appartenenza conta più dell’identità. Quando il sistema reagisce con paura semplicemente perché incontra qualcosa che non aveva previsto.

Forse è proprio qui che Idiocracy smette definitivamente di essere una semplice commedia.

Diventa uno specchio. Non tanto della stupidità. Ma della nostra tendenza a sostituire la complessità con la soluzione più semplice. Ed è anche il motivo per cui definire questo film “profetico” rischia di essere riduttivo.

Mike Judge non ha previsto il futuro.

Ha riconosciuto alcune tendenze profonde della natura umana. Per questo il film continua ancora oggi a suscitare discussioni. Non perché tutto ciò che mostra sia diventato realtà. Ma perché continua a costringerci a porci domande. Domande scomode.

Quanto spesso preferiamo uno slogan a una spiegazione?

Quanto spesso trasformiamo una persona in un’etichetta?

Quanto spesso confondiamo la popolarità con la competenza?

E quanto siamo davvero disposti a mettere in discussione le convinzioni che ci rassicurano?

Forse è proprio questo il lascito più importante di Idiocracy.

Non offrirci risposte.

Ricordarci che una società sana non smette mai di farsi domande.


Se questa lettura ti ha incuriosito, sappi che rappresenta soltanto una sintesi del lavoro svolto.

In allegato a questa recensione puoi scaricare gratuitamente il PDF (e la versione eBook) realizzati per FantasyLands, nei quali l’analisi viene sviluppata in modo molto più approfondito, affrontando il rapporto tra satira e semplificazione, i bias cognitivi, l’omologazione sociale, il simbolismo del codice a barre, la figura di Joe Bauers e le ragioni per cui Idiocracy, a quasi vent’anni dalla sua uscita, continua a parlare con sorprendente forza al nostro presente.


Secondo me questa recensione funziona bene come “porta d’ingresso” al dossier: è scorrevole, non anticipa ogni dettaglio del PDF, ma ne trasmette la tesi centrale e lascia al lettore la voglia di approfondire. È esattamente il rapporto che dovrebbe esserci tra un articolo su FantasyLands e il dossier allegato.

 

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