Un altro luogo. Un altro punto di osservazione.
Da Matrix a Star Trek, da Stanley Kubrick a David Bowie. Come un intreccio di suggestioni culturali ha dato vita allo spazio delle stranezze di FantasyLands.
Benvenuti nell’ultima frontiera
Che cosa possono avere in comune un astronauta disperso nello spazio, un computer che si ribella al proprio equipaggio, un uomo che scopre di vivere in una simulazione e un’astronave impegnata a esplorare mondi sconosciuti?
Apparentemente poco.
Eppure, osservando queste storie con maggiore attenzione, emerge qualcosa che le accomuna: il confronto con una realtà che sfugge alle nostre certezze.
L’ignoto, la scoperta, il dubbio, la possibilità che il mondo sia diverso da come lo abbiamo sempre immaginato.
Sono alcuni dei temi che hanno accompagnato la fantascienza per generazioni e che hanno contribuito a costruire il nostro immaginario.
Ma sono anche interrogativi che riguardano la nostra vita quotidiana.
Perché non occorre necessariamente viaggiare verso una galassia lontana per incontrare qualcosa che non comprendiamo.
A volte è sufficiente osservare ciò che abbiamo davanti da una prospettiva differente.
È da questa idea che prende forma Oddity Space, lo spazio delle stranezze di FantasyLands.
Un luogo dedicato al cinema, alla fantascienza, alle serie televisive, alla tecnologia e alle contaminazioni culturali.
Ma soprattutto, un luogo nel quale provare a osservare la realtà senza accettare necessariamente i confini entro i quali siamo abituati a interpretarla.
Un altro luogo. Un altro punto di osservazione.
Tutto comincia da un’immagine
Nell’estate del 2026, durante il lavoro di rinnovamento di FantasyLands.net, cominciai a immaginare una nuova identità visiva per il sito e per i contenuti audiovisivi che stavo progettando.
L’obiettivo iniziale era realizzare un header, un’immagine di intestazione capace di rappresentare gli argomenti e lo spirito del progetto.
Non volevo però un semplice logo decorativo.
Desideravo qualcosa che raccontasse una storia, che racchiudesse alcuni dei riferimenti culturali che avevano accompagnato la mia formazione e che suggerisse al visitatore quale esperienza avrebbe trovato su FantasyLands.
Una sorta di piccolo manifesto, nascosto all’interno di un’immagine.
L’intuizione fu quella di fondere quattro universi apparentemente differenti: Matrix, Star Trek, 2001: Odissea nello spazio e Space Oddity di David Bowie.
Quattro opere molto diverse tra loro, ma accomunate da un elemento fondamentale: il superamento di una frontiera.
Una frontiera che può essere fisica, tecnologica, filosofica oppure semplicemente mentale.
Da questo intreccio di suggestioni nacquero il nome Oddity Space, il motto del sito e la composizione grafica del nuovo header.
Soltanto successivamente sarebbe emerso con maggiore chiarezza il significato più profondo del progetto.
Matrix: la realtà è davvero quella che vediamo?
Il primo riferimento è quello più immediatamente riconoscibile.
Nel film Matrix del 1999, Morpheus offre a Neo una scelta destinata a diventare una delle immagini più celebri della fantascienza contemporanea.
Una pillola blu e una pillola rossa.
La prima permette di continuare a vivere all’interno di una realtà rassicurante, senza mettere in discussione ciò che si è sempre creduto vero.
La seconda conduce alla scoperta di una verità scomoda, capace di distruggere tutte le certezze precedenti.
La scena è diventata un simbolo culturale, spesso utilizzato per rappresentare il contrasto tra consapevolezza e illusione.
Ma è proprio qui che comincia una riflessione interessante.
Nella vita reale non esistono soltanto due pillole.
Non abbiamo sempre davanti una scelta così semplice, nella quale una posizione rappresenta necessariamente la verità e l’altra l’inganno.
La conoscenza è quasi sempre un processo più complesso, fatto di informazioni incomplete, interpretazioni, errori, correzioni e nuove scoperte.
E soprattutto, non basta convincersi di aver scelto la pillola rossa per essere automaticamente dalla parte della verità.
Mettere in discussione le certezze degli altri è facile. Mettere in discussione le proprie richiede uno sforzo decisamente maggiore.
È questo l’aspetto di Matrix che volevo portare all’interno di FantasyLands.
Non la promessa di rivelare verità nascoste, ma l’invito a mantenere viva la curiosità e la capacità di interrogarsi.
Il rosso e il blu di FantasyLands
Da questa riflessione nasce una delle caratteristiche principali dell’header.
La scritta FantasyLands.net inizia con un rosso luminoso che sfuma progressivamente verso un blu elettrico.
I due colori rappresentano le pillole offerte a Neo.
Il loro incontro, però, non vuole suggerire che la verità si trovi necessariamente nel mezzo.
Rappresenta piuttosto il problema della scelta, della percezione e del rapporto tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere.
Il visitatore non viene invitato a scegliere una fazione.
Viene invitato a esplorare.
Star Trek: l’ultima frontiera
Il secondo riferimento arriva da una delle saghe più influenti della fantascienza.
Star Trek.
La celebre introduzione della serie classica presenta lo spazio come the final frontier, l’ultima frontiera.
Un’espressione che racchiude lo spirito dell’esplorazione: spingersi oltre i confini conosciuti, incontrare nuove civiltà, confrontarsi con realtà differenti.
Ma Star Trek non racconta soltanto i viaggi di un’astronave.
Le avventure dell’Enterprise sono spesso un pretesto per affrontare problemi filosofici, morali, scientifici e politici.
Il confronto con altre civiltà permette di parlare di discriminazione, pregiudizi, responsabilità individuali, convivenza e conflitti sociali.
La fantascienza diventa uno strumento attraverso il quale osservare l’umanità.
Questo è un aspetto del genere che considero particolarmente interessante.
Un buon racconto fantascientifico non deve necessariamente prevedere il futuro.
Può essere altrettanto efficace quando ci aiuta a comprendere il presente.
Welcome to the Final Frontier
Il motto di FantasyLands nasce proprio dall’incontro tra Star Trek e Matrix.
Da una parte abbiamo l’ultima frontiera dell’esplorazione spaziale.
Dall’altra il celebre benvenuto che Morpheus rivolge a Neo:
«Welcome to the real world».
Fondendo idealmente le due espressioni nasce:
WELCOME TO THE FINAL FRONTIER
Benvenuti nell’ultima frontiera.
Un invito a esplorare nuovi territori, certamente, ma non necessariamente territori fisici.
Esistono frontiere culturali, tecnologiche, filosofiche e sociali.
Esistono confini che abbiamo costruito noi stessi, spesso senza rendercene conto.
E qualche volta la frontiera più interessante da attraversare è proprio quella che separa le nostre convinzioni dalla possibilità di osservarle criticamente.
Stanley Kubrick: un’odissea nella conoscenza
Nel 1968 Stanley Kubrick porta sul grande schermo 2001: Odissea nello spazio, un’opera destinata a ridefinire il linguaggio cinematografico della fantascienza.
Il film attraversa milioni di anni di evoluzione umana, dall’alba dell’intelligenza fino a un futuro enigmatico e difficilmente interpretabile.
Il monolito nero, l’intelligenza artificiale HAL 9000 e il viaggio di David Bowman diventano elementi di una riflessione molto più ampia sulla natura dell’uomo e sul suo rapporto con la conoscenza.
Kubrick non offre allo spettatore tutte le risposte.
Al contrario, lascia aperte numerose interpretazioni.
Ed è proprio questa una delle caratteristiche più affascinanti della sua opera.
Lo spettatore non è chiamato soltanto ad assistere a una storia, ma a partecipare alla sua interpretazione.
A interrogarsi su ciò che ha visto.
A confrontare le proprie conclusioni con quelle degli altri.
2001: Odissea nello spazio diventa quindi un riferimento fondamentale per Oddity Space.
Non soltanto per l’ambientazione cosmica, ma per il modo in cui utilizza la fantascienza per porre domande che riguardano direttamente la nostra esistenza.
Che cosa conosciamo davvero? Quanto dipendiamo dalle tecnologie che abbiamo creato? Quali limiti incontriamo nel tentativo di comprendere l’universo e noi stessi?
Domande che rimangono attuali anche a distanza di decenni.
David Bowie: Space Oddity e il viaggio dell’outsider
Nel 1969 David Bowie pubblica Space Oddity.
La canzone racconta la vicenda di Major Tom, un astronauta che perde il contatto con la Terra, ritrovandosi isolato nell’immensità dello spazio.
È una rappresentazione dell’esplorazione molto diversa da quella proposta da Star Trek.
Qui non troviamo soltanto l’entusiasmo della scoperta.
Troviamo anche la solitudine, il distacco e l’incertezza.
Major Tom si allontana progressivamente dal mondo che conosce.
Da quella distanza, la Terra diventa qualcosa di diverso: un luogo piccolo, remoto, osservabile da una prospettiva impossibile per chi vi si trova immerso.
La canzone si presta a numerose interpretazioni, dall’isolamento individuale all’alienazione, fino al rapporto tra l’essere umano e un universo indifferente alla sua presenza.
Ma per il nostro progetto c’è un elemento particolarmente significativo.
La distanza cambia il modo in cui osserviamo le cose.
Non garantisce una comprensione superiore.
Non rende automaticamente più intelligenti.
Semplicemente, permette di vedere aspetti che da un’altra posizione potrebbero sfuggire.
Ed è proprio questa idea che, progressivamente, sarebbe diventata centrale per Oddity Space.
Come nasce il nome Oddity Space
A questo punto i riferimenti culturali avevano cominciato a intrecciarsi.
Da una parte Space Oddity, la canzone di David Bowie.
Dall’altra 2001: A Space Odyssey, il titolo originale del film di Kubrick.
Due opere che hanno contribuito, ciascuna a modo proprio, a definire l’immaginario fantascientifico del Novecento.
L’idea fu quella di giocare con i titoli e con i significati delle parole.
Rovesciando l’espressione di Bowie e richiamando idealmente anche l’odissea di Kubrick, nacque:
AN ODDITY SPACE
Uno spazio insolito.
Uno spazio delle stranezze.
Un luogo nel quale raccogliere curiosità, interpretazioni, storie e riflessioni che difficilmente troverebbero posto in una semplice recensione cinematografica.
Inizialmente immaginavo di utilizzare questo nome per il podcast di FantasyLands.
Con il tempo, però, l’idea ha cominciato ad assumere una dimensione più ampia.
Il nome è stato semplificato in Oddity Space, diventando il riferimento di un progetto editoriale che comprende video, articoli, analisi e approfondimenti.
Ma c’è un particolare importante.
In inglese, space non indica necessariamente lo spazio cosmico.
Può significare anche luogo, ambiente, spazio a disposizione.
E questa distinzione è fondamentale per comprendere l’identità del progetto.
Oddity Space non è necessariamente un luogo nello spazio. È uno spazio dal quale osservare ciò che ci circonda.
Il cosmo è soltanto uno degli infiniti territori che possiamo esplorare.
La costruzione dell’header: dal codice di Matrix all’universo
Una volta definiti il nome e i riferimenti culturali, restava da trasformare queste idee in un’immagine.
La composizione originale dell’header doveva rappresentare il passaggio tra due universi.
La realtà digitale
La parte sinistra dell’immagine è dominata dalle caratteristiche colonne di simboli verdi di Matrix.
Un richiamo immediatamente riconoscibile alla simulazione informatica del film.
Il codice rappresenta una realtà costruita, apparentemente ordinata, nella quale ciò che viene percepito non coincide necessariamente con ciò che esiste.
Ma richiama anche il nostro mondo digitale, fatto di computer, algoritmi, informazioni e rappresentazioni della realtà.
L’immensità del cosmo
La parte destra si apre invece su uno scenario spaziale.
Stelle, pianeti e profondità siderali prendono progressivamente il posto dei simboli digitali.
È il territorio ideale di Star Trek, dell’odissea di Kubrick e del viaggio di Major Tom.
Un universo che rappresenta contemporaneamente la libertà dell’esplorazione e l’incertezza dell’ignoto.
Il confine tra i due mondi
La parte centrale dell’header è probabilmente quella più significativa.
Il codice digitale e lo spazio cosmico non sono separati da una linea netta.
Si incontrano, si sovrappongono e progressivamente si fondono.
Questa transizione rappresenta il passaggio tra ciò che crediamo di conoscere e ciò che dobbiamo ancora scoprire.
Sopra questo scenario compare il nome FantasyLands.net, con la sfumatura dal rosso al blu ispirata a Matrix.
Il motto Welcome to the Final Frontier richiama invece l’esplorazione.
La scritta An Oddity Space completa la composizione.
I tre elementi costruiscono una piccola narrazione visiva.
Il nome del sito introduce il visitatore.
Il motto lo invita a esplorare.
Oddity Space suggerisce che cosa potrebbe trovare durante il viaggio.
L’header non voleva quindi essere soltanto un elemento decorativo.
Voleva rappresentare graficamente l’identità culturale di FantasyLands.
Ma mancava ancora un tassello.
Un altro luogo. Un altro punto di osservazione.
Con lo sviluppo dei primi contenuti e delle riflessioni che stavano accompagnando il progetto, cominciò a emergere un problema.
Mi sono sempre chiesto perché gli esseri umani mostrino una così straordinaria facilità nel dividere quasi ogni argomento in due schieramenti contrapposti.
Nel corso degli anni mi è capitato di osservare dinamiche sorprendentemente simili in ambienti che, almeno apparentemente, avevano pochissimo in comune.
Durante le riunioni di un Linux User Group, per esempio, capitava di ascoltare discorsi nei quali la scelta di utilizzare un sistema operativo diventava quasi una dimostrazione di superiorità intellettuale.
Successivamente, partecipando ad alcuni incontri di un movimento politico, mi ritrovai davanti a meccanismi molto simili.
Cambiavano gli argomenti, i protagonisti e gli obiettivi.
Ma certe espressioni sembravano ripetersi.
Noi abbiamo capito.
Gli altri non hanno capito.
Noi siamo quelli informati.
Gli altri sono quelli manipolati.
Lo stesso schema emerge frequentemente nelle discussioni online.
Basta leggere i commenti sotto un video dedicato alla privacy delle Smart TV, all’intelligenza artificiale, al cambiamento climatico o a qualsiasi altro argomento controverso.
Due fazioni.
Due interpretazioni.
Due gruppi convinti di possedere gli strumenti per comprendere la realtà meglio degli avversari.
Naturalmente, il problema non è l’esistenza di opinioni differenti.
Il confronto è indispensabile.
Il problema nasce quando l’appartenenza a uno schieramento diventa più importante della valutazione delle informazioni.
A quel punto difendere una posizione può diventare un’esigenza identitaria.
Cambiare idea viene percepito come una sconfitta.
Riconoscere una ragione all’avversario diventa quasi un tradimento.
E la discussione smette progressivamente di essere una ricerca di comprensione.
Diventa una competizione tra appartenenze.
Il problema non è scegliere da che parte stare
Di fronte a queste dinamiche si potrebbe pensare che la soluzione consista nel collocarsi al centro.
Diventare moderati.
Cercare sempre un compromesso.
Mantenere una posizione equidistante dalle due fazioni.
Ma è davvero questa la soluzione?
Non necessariamente.
Se due posizioni sono contrapposte, non significa che la verità debba trovarsi a metà strada.
Può capitare che una delle due sia sostenuta da prove solide e l’altra no.
Può capitare che entrambe contengano elementi corretti ed errori.
Oppure che entrambe partano da presupposti sbagliati.
Cercare automaticamente il punto intermedio significa continuare a utilizzare come riferimento gli stessi due estremi che hanno generato il conflitto.
Le fazioni stabiliscono i confini della discussione.
Noi ci limitiamo a scegliere dove collocarci al loro interno.
Ed è qui che nacque un’altra intuizione, destinata a dare un significato nuovo all’identità di FantasyLands.
E se invece di cercare una posizione tra le due fazioni provassimo a osservare l’intero sistema da un luogo differente?
FantasyLands non sta nel mezzo
Provando a rappresentare graficamente questa idea, immaginai due gruppi contrapposti all’interno di un territorio comune.
La tentazione più immediata sarebbe stata collocare FantasyLands al centro.
Ma non era ciò che volevo rappresentare.
Non volevo nemmeno collocarlo sopra le due fazioni, come se possedesse una visione superiore o il diritto di controllarle.
E neppure sotto, o intorno a esse.
Tutte queste posizioni, infatti, continuavano ad avere i due schieramenti come riferimento principale.
Fuori, invece, era diverso.
FantasyLands doveva trovarsi fuori.
Non fuori dalla realtà.
Non fuori dalla società.
E certamente non al di sopra delle persone.
Ma fuori dai confini artificiali che spesso costruiamo intorno alle nostre discussioni.
Un’altra terra.
Un altro luogo.
Un punto dal quale osservare l’intero sistema senza essere obbligati ad adottarne preventivamente le divisioni.
Improvvisamente, anche il nome FantasyLands assumeva un significato ulteriore.
Non soltanto un sito dedicato all’immaginazione e alla cultura fantastica.
Ma, metaforicamente, una terra diversa dalla quale guardare il mondo.
Un luogo che non pretende di possedere la verità.
Che non considera automaticamente sbagliate le opinioni altrui.
Ma che vuole conservare la libertà di interrogarsi senza dover necessariamente indossare una maglietta.
L’isola dell’osservatore
Da questa riflessione nacque una seconda immagine, differente dall’header originale ma profondamente legata al suo significato.
Al centro della scena compare una grande piattaforma circolare sospesa.
Sulla sua superficie si trovano due gruppi di persone stilizzate.
Una metà è illuminata da una luce gialla.
L’altra da una luce blu.
Le persone discutono, protestano, si contrappongono.
I colori sono diversi, ma i comportamenti appaiono sorprendentemente simili.
La piattaforma è circondata da una rete di punti luminosi rossi.
Altri punti si trovano sopra e sotto il sistema, proiettando la propria luce verso le persone.
Questi elementi possono suggerire i condizionamenti, le strutture informative, gli interessi e le influenze che contribuiscono a definire il contesto delle nostre discussioni.
Non rappresentano necessariamente un potere occulto che controlla tutto.
Sono una metafora del fatto che le opinioni non si formano nel vuoto.
Ogni discussione si sviluppa all’interno di un ambiente culturale, tecnologico e sociale.
E spesso le persone che si considerano avversarie condividono molti più meccanismi di ragionamento di quanto siano disposte ad ammettere.
Ma l’elemento più importante dell’immagine non si trova sulla piattaforma.
Si trova altrove.
Su una terra separata, lontana dal sistema centrale, compare una piccola torre di osservazione.
Accanto a essa, una figura umana e un cane osservano la scena.
Non partecipano allo scontro.
Non lo dirigono.
Non pretendono di conoscere già la risposta.
Osservano.
Quella piccola terra rappresenta FantasyLands.
E, più precisamente, lo spirito di Oddity Space.
Uno spazio ideale dal quale provare a comprendere l’intero sistema, anziché limitarsi a scegliere quale metà difendere.
La torre non rappresenta il potere di sorvegliare gli altri.
Rappresenta la possibilità di cambiare prospettiva.
Non è il simbolo di chi sa tutto.
È il luogo di chi vuole continuare a fare domande.
Oddity Space: uno spazio che non esiste sulle mappe
A questo punto il significato del nome diventa più chiaro.
Quando parliamo di Oddity Space, non dobbiamo immaginare necessariamente una stazione spaziale, un pianeta lontano o un angolo sperduto dell’universo.
Possiamo immaginarlo come un non-luogo ideale, uno spazio di riflessione che non ha bisogno di coordinate geografiche.
Un posto strano, defilato, magari un po’ isolato.
Un punto dal quale sia possibile osservare ciò che accade senza essere immediatamente trascinati all’interno del confronto.
Il riferimento allo spazio cosmico rimane fondamentale.
Star Trek continua a rappresentare il desiderio di esplorare.
Kubrick continua a ricordarci i limiti della nostra comprensione.
Bowie continua a evocare la distanza, l’isolamento e il cambiamento di prospettiva.
Matrix continua a interrogarci sul rapporto tra realtà e percezione.
Ma tutte queste suggestioni convergono verso un significato più ampio.
Oddity Space non è soltanto lo spazio delle cose strane. È un luogo dal quale anche le cose apparentemente normali possono rivelarsi strane.
Basta cambiare punto di osservazione.
La fantascienza come strumento per osservare il presente
Questa impostazione influenza naturalmente anche il modo in cui vogliamo affrontare i contenuti di FantasyLands.
Un film come Idiocracy non è soltanto una commedia fantascientifica ambientata in un futuro grottesco.
Può diventare il punto di partenza per discutere di istruzione, cultura di massa, comunicazione e rapporto tra competenza e potere.
Matrix può aiutarci a riflettere sulla percezione della realtà, sui sistemi informativi e sulla nostra dipendenza dalle tecnologie digitali.
Star Trek può offrirci strumenti per affrontare il rapporto tra società, diversità e convivenza.
Le vicende di The Boys possono diventare un’occasione per analizzare propaganda, consenso, culto delle personalità e manipolazione dell’immagine pubblica.
Ma Oddity Space non vuole limitarsi alla fantascienza.
Anche un vecchio computer, una console dimenticata o un oggetto tecnologico ormai obsoleto possono raccontare qualcosa sul nostro rapporto con il progresso.
Pensiamo alle tecnologie che ci erano state promesse.
Le automobili volanti.
Le macchine intelligenti.
Le città del futuro.
Le soluzioni tecnologiche che avrebbero dovuto liberarci dalle difficoltà quotidiane.
Che cosa è stato realizzato?
Che cosa è rimasto soltanto nell’immaginario?
E soprattutto, perché continuiamo a immaginare che molti problemi del presente saranno risolti da qualche invenzione futura?
Sono domande che appartengono perfettamente allo spirito di Oddity Space.
Perché la fantascienza non vive soltanto nei romanzi e sullo schermo.
Vive anche nelle aspettative che abbiamo costruito intorno al futuro.
Non cerchiamo una posizione moderata. Cerchiamo un metodo.
Naturalmente, cambiare punto di osservazione non significa diventare automaticamente più obiettivi.
Anche chi osserva da lontano possiede convinzioni, esperienze personali e pregiudizi.
Anche chi si considera indipendente può sbagliare.
E anche il desiderio di non appartenere a una fazione può trasformarsi, paradossalmente, in una nuova forma di appartenenza.
Per questo Oddity Space non può limitarsi a dichiarare la propria indipendenza.
Deve provare a costruire un metodo.
Un metodo che parta da alcune domande fondamentali.
Che cosa sappiamo realmente?
Quali informazioni possiamo verificare?
Quali conclusioni derivano da fatti documentati e quali sono soltanto interpretazioni?
Che cosa rimane incerto?
Esistono spiegazioni alternative?
E, soprattutto, quali strumenti possiamo offrire a chi ci segue per permettergli di valutare autonomamente le informazioni?
Questo approccio non obbliga a raggiungere sempre conclusioni equilibrate o rassicuranti.
Se le prove sostengono nettamente una posizione, non esiste alcuna ragione per fingere che quella opposta abbia lo stesso valore.
Ma una conclusione dovrebbe arrivare alla fine dell’analisi.
Non essere stabilita prima ancora di cominciare.
Non cerchiamo il punto equidistante tra due fazioni. Cerchiamo il punto che sopravvive quando togliamo le fazioni.
I fatti verificabili.
I dubbi ancora aperti.
Le responsabilità.
Gli interessi in gioco.
Le possibilità concrete di intervento.
Il nostro obiettivo non è convincere il pubblico a entrare in una squadra.
È offrirgli qualche strumento in più per ragionare.
Uno spazio per osservare, discutere e cambiare idea
Oddity Space nasce quindi come luogo di incontro tra cultura, immaginazione e riflessione.
Non pretende di spiegare definitivamente il significato di ogni film.
Non vuole trasformare ogni opera di fantascienza in una lezione di filosofia.
E non ha l’ambizione di offrire una risposta a qualsiasi problema.
Vuole piuttosto recuperare il piacere di fare domande.
Di confrontare interpretazioni differenti.
Di scoprire collegamenti inattesi tra argomenti apparentemente lontani.
Di recuperare opere dimenticate e osservare quelle più conosciute attraverso prospettive nuove.
Soprattutto, vuole conservare la possibilità di cambiare idea.
Perché riconoscere un errore non dovrebbe essere considerato una sconfitta.
Se una nuova informazione modifica le nostre conclusioni, significa che abbiamo imparato qualcosa.
E se una teoria non supera il confronto con i fatti, non abbiamo necessariamente perso il nostro tempo.
Abbiamo semplicemente escluso una spiegazione che non funzionava.
In un ambiente comunicativo nel quale le opinioni vengono spesso trasformate in bandiere da difendere, anche questo può sembrare un atteggiamento piuttosto insolito.
Forse abbastanza insolito da meritare un proprio spazio.
Benvenuti in Oddity Space
Oddity Space è nato dall’incontro tra alcune delle opere che hanno maggiormente influenzato il mio immaginario.
Un’astronave impegnata a esplorare mondi sconosciuti.
Un astronauta che osserva la Terra da una distanza sempre maggiore.
Un monolito nero che sembra interrogare la storia dell’umanità.
Un uomo chiamato a scegliere tra due pillole.
Quattro immagini che raccontano, in modi differenti, il rapporto tra conoscenza, percezione e scoperta.
Con il tempo, però, a queste immagini se n’è aggiunta un’altra.
Una piccola terra separata dal resto del mondo.
Una torre di osservazione.
Qualcuno che guarda da lontano due gruppi impegnati a combattersi, domandandosi se le alternative che hanno davanti siano davvero le uniche possibili.
È forse questa l’immagine che meglio rappresenta ciò che vorrei costruire con FantasyLands.
Non un luogo superiore.
Non un rifugio dalla realtà.
Non un osservatorio dal quale giudicare gli altri.
Ma uno spazio nel quale provare a guardare le cose da una prospettiva diversa.
Uno spazio nel quale cinema, fantascienza, tecnologia e cultura possano diventare strumenti per comprendere meglio anche ciò che accade fuori dallo schermo.
Uno spazio nel quale le domande siano importanti almeno quanto le risposte.
Perché non sempre occorre raggiungere un altro pianeta per scoprire qualcosa di nuovo.
Qualche volta basta trovare un altro punto dal quale osservare il nostro.
E forse è proprio questa l’ultima frontiera che vale la pena continuare a esplorare.
Benvenuti in Oddity Space.
Lo spazio delle stranezze.
FANTASYLANDS
Un altro luogo. Un altro punto di osservazione.
WELCOME TO THE FINAL FRONTIER
Una considerazione sulla nuova versione
Credo che adesso siamo arrivati a definire molto meglio l’identità del progetto.
Nel primo articolo Oddity Space rischiava di apparire come un contenitore di curiosità fantascientifiche, con un nome costruito attraverso alcune citazioni cinematografiche e musicali.
In questa versione i riferimenti culturali rimangono fondamentali, ma acquistano un significato ulteriore.
Matrix pone il problema della percezione. Star Trek rappresenta l’esplorazione. Kubrick ci confronta con i limiti della conoscenza. Bowie introduce il distacco e il cambiamento di prospettiva.
FantasyLands raccoglie queste suggestioni e le trasforma in un’identità editoriale.
La cosa che considero più importante, però, è un’altra: la piccola isola con la torre di osservazione non rappresenta la destinazione di un viaggio nello spazio.
Rappresenta la libertà di uscire da uno schema di interpretazione senza pretendere di essere usciti dalla realtà.
È un concetto che possiamo applicare praticamente a ogni argomento futuro, senza limitare Oddity Space alla fantascienza.
E la frase che avevi scelto mi sembra ancora la sintesi migliore dell’intero progetto:
«Un altro luogo. Un altro punto di osservazione.»

